Immaginiamo come farebbe un regista, una sequenza cinematografica a campo largo che abituasse poco per volta lo spettatore a uno sguardo sempre più circoscritto. Siamo nella prima metà del Seicento. In Italia la tradizione cattolica è sotto attacco da più fronti. E’ ancora aperta la ferita del sacco di Roma, quando, secondo una cronaca dell’epoca, “i sacramenti e le reliquie de’ santi, delle quali erano piene tutte le chiese spogliate de’ loro ornamenti, erano gittate per terra” dai lanzichenecchi. Nella crisi di quegli anni la fede luterana dilaga in Europa e porta con sé nuovi principi: uno su tutti, il rifiuto di qualsivoglia forma di culto nei confronti dei santi. Proprio in tale contesto culturale e sociale Francesco Giannelli, barone di Corigliano, investe un’importante somma (si parla di qualcosa come 5.000 ducati) per la fabbrica di un convento di clarisse nell’attuale provincia di Matera.
È il 1610 quando si posa la prima pietra, con un grande concorso di popolo. Le monache vi fanno ingresso una sessantina di anni più tardi, nel mese di maggio, impressionate dalla grandiosità di questi spazi: una “eredità” della precedente destinazione di quest’area, verosimilmente un avamposto militare. Tanto più ammirate devono essere state per la ricchezza dei lavori che tale ambiente ospitava, quasi fosse uno scrigno, destinato a crescere nei decenni a venire.
La chiesa di Santa Chiara, annessa al monastero, viene realizzata poco più tardi e portata a termine alla fine del secolo XVII. Ha una semplice facciata in pietra calcarea e un ampio portale, sormontato da una nicchia che custodisce la statua della Santa e ha un’unica navata senza abside e transetto, ma anch’essa, come tutto il complesso monastico, è uno scrigno di tesori, a cominciare dall’altare maggiore, opera di Antonio Paradiso da Picerno, in legno policromo intagliato e dorato, di gusto barocco. Su di esso è collocata la pala raffigurante il “Trionfo di santa Chiara” (Il Miracolo Eucaristico) di Andrea Miglionico. La chiesa è abbellita inoltre dalla Crocifissione di Pietro Antonio Ferro, dal dipinto raffigurante l’Immacolata, attribuito a Francesco Solimena, il grande pittore tardobarocco napoletano e da un Crocifisso in legno policromo, risalente al XVII secolo, attribuito ad ignoto autore calabro-siculo.
Nel 1867 il monastero viene soppresso ed entra a far parte del patrimonio della neonata Italia unita. Oggi è ancora visitabile, sia pure destinato a una funzione diversa da quella per cui era stato concepito: ospita una mostra permanente sulla civiltà contadina e i mestieri antichi. Ma la chiesetta di Santa Chiara è ancora un luogo dello spirito, dove si prega, nel cuore storico dell’antica e affascinante Ferrandina.
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