Il Santuario di Santa Maria di Fonti, o “Santa Maria Fonte di Grazie”, è situato a circa 12 km. da Tricarico, a 824 metri sul livello del mare, immerso in un bosco ricco di querce, cerri, castagni e faggi.

In epoca bizantina e nel primo Medioevo quest’area boscosa era caratterizzata da una costellazione di monasteri italo-greci, ma anche da presenze latine. Il Santuario, secondo alcuni studiosi, è identificabile con la chiesa medioevale di Santa Maria delle Fonti, citata in una bolla di Innocenzo III del 1209 come possedimento dell’abbazia benedettina di Montevergine.

Un’antica tradizione narra che dove ora sorge la chiesa c’era un roveto impenetrabile, dove un mandriano che aveva smarrito una delle sue migliori vacche, la ritrovò piegata sulle gambe posteriori intenta a fissare l’immagine della Vergine dipinta su un muricciolo, su cui poi sarebbe stato edificato il luogo di culto.

Nel Santuario si venera l’affresco della Madonna col Bambino collocato sull’altare maggiore all’interno di una nicchia sulla quale si trova una tela raffigurante la SS.ma Trinità. La Vergine è rappresentata seduta, sorreggendo tra le braccia il Bambino che con la destra benedice e con la sinistra regge la sfera del mondo sormontata da una croce. Alle spalle vi sono due angeli che la incoronano. Alla base dell’immagine era dipinto un piccolo pozzo, che un recente restauro ha riportato alla luce come “fons gratiarum”. Al di sopra del tendaggio è affrescato un cielo azzurro stellato al cui vertice la colomba dello Spirito Santo guarda verso la Vergine e il Bambino.

La tradizione afferma che in epoche diverse molti furono i prodigi operati dalla Vergine di Fonti; celebre tra tutti il Miracolo delle lacrime. Da un verbale custodito nell’Archivio Storico Diocesano sappiamo che nel maggio 1813 dal volto della Vergine scaturirono stille di sudore in così grande quantità da bagnare le tovaglie dell’altare e i fazzoletti di molti contadini. Siamo nel pieno periodo giacobino del decennio francese, quando il bosco era teatro di scontri tra le truppe francesi e quelle filo-borboniche. Il fenomeno ebbe grande risonanza, anche perché ad esso seguirono miracolose guarigioni attestate dagli innumerevoli ex-voto di cera o argento, e dipinti.

I fedeli accorrevano, in qualunque condizione climatica, molti a piedi scalzi, altri a dorso di mulo o su carri agricoli, e passavano la notte in veglia nel Santuario alternando canti e preghiere, vivendo quello che si definiva “il trapazzo”, cioè la sofferenza vissuta come componente essenziale della loro visita alla Madonna. Il giorno seguente, dopo il rito religioso, si usciva nel bosco per la scampagnata durante la quale si consumavano le vivande portate da casa, tra cui non poteva mancare la “focaccia di Fonti”, il tipico pane dalla forma arrotolata (come un cordone) ricoperto di rosso d’uovo.

Fra maggio e giugno ancora oggi si svolgono pellegrinaggi dai paesi vicini ma anche dalla Puglia, dalla Campania, dall’Abruzzo e dalla Calabria, senza mutarne la semplicità di fede e genuinità di costumi di questa devozione.

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Tricarico